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Il Sud che racconta

Amelia Sgobba: poetessa per gli altri

Amelia Sgobba è una donna, una madre e una moglie con la grande passione della poesia. Nata in Venezuela da genitori italiani, vive a Gravina in Puglia mettendo a disposizione degli altri i propri versi e il proprio animo.

Come nasce la passione della poesia?
Nasce con me. Ho sempre avuto, fin dall’adolescenza, l’abitudine a mettere su carta le emozioni e i sentimenti. Ero una ragazza introversa e, con i problemi adolescenziali e i primi amori, ho imparato a scrivere riversando su fogli tutte le mie passioni. Nonostante le pressioni dei miei cari, non ho mai voluto pubblicare le mie poesie, perché mi sentivo in imbarazzo, mi sembrava di vendere la mia personalità. Per chi non è uno scrittore, ma è un poeta di emozioni intime è difficile mettersi in piazza, perché si dà agli altri la propria persona. Negli anni avevo costruito una “corazza” da cui facevo fatica a separarmi, ero un po’ restia a concedermi totalmente agli altri e a farmi conoscere per quella che sono nell’intimità più profonda.

“Frammenti di cuore”, “Abbraccio d’amore”, “Nel silenzio” sono, in ordine cronologico, le tue pubblicazioni. Parlaci di queste raccolte.
Un giorno si presentò un’esigenza: la mia famiglia frequenta la Chiesa di San Francesco a Gravina in Puglia e, l’allora parroco, padre Matteo Ornelli, era stato chiamato a una missione in Venezuela. In quella circostanza pensai di fare un libro e di venderlo per aiutare la missione, anche perché io sono nata in Venezuela e mi sentivo coinvolta in prima persona: così nel settembre del 2005 nacque “Frammenti di cuore”.
Poi, nel 2008, è seguito “Abbraccio d’amore”. Sempre chiamata dalla Chiesa di San Francesco, perché il nuovo parroco, padre Mario Marino, decise di far nascere la “Mensa della carità”. Quando il progetto divenne una realtà di nuovo tutti ci mobilitammo. Incoraggiata dal successo della prima raccolta di poesie, pensai si pubblicare “Abbraccio d’amore”. Questo nuovo libro di poesie vuole essere anche un sentito ringraziamento a due medici che, un anno prima, mi avevano salvata da un grave problema di salute, ridandomi la vita.
Con “Nel silenzio”, una silloge di dieci poesie, nel 2012 partecipai al “Concorso nazionale Histonium” (dedicato alla violenza sulle donne e ai luoghi del cuore del proprio paese), vincendo il primo premio.

Anche l’ultima tua opera “Fra polvere e luce” ha come scopo la solidarietà?
“Fra polvere e luce” nasce a ridosso di un nuovo e bruttissimo problema di salute. Durante quei momenti pensavo che tutto quello che mi apparteneva lo stavo perdendo improvvisamente. Mi sentivo navigare nella polvere, ma mi aggrappavo a una grande speranza e avevo forte in me la certezza che dopo un passaggio di dolore c’è sempre in fondo la luce. La luce per me è rappresentata da tutto quello che è la positività: lo sguardo delle mie figlie, l’amore di mio marito, l’affetto dei miei amici; è la quotidianità e la speranza di poter aiutare il prossimo. Questo libro non è nato, come gli altri, per un’esigenza di donare ma ha preso vita nel corso della malattia. Quando la raccolta fu pronta e già consegnata alla casa editrice per la stampa, con l’idea di una donazione alla “Lega del Filo d’oro”, partecipai a un convegno in occasione dell’inaugurazione di “Una stanza per un sorriso” presso l’Ospedale della Murgia “F. Perinei”, al quale era presente una donna che lamentava la perdita di capelli e l’impossibilità di comprare una parrucca. In quel momento decisi che dovevo fare qualcosa per questa Associazione: ebbi l’idea di raccogliere fondi per comprare parrucche da donare a “Una stanza per un sorriso”.
Io sono una donna che ha sofferto molto sia fisicamente che interiormente, ma da questa sofferenza ho imparato che è importante donare un sorriso a chi ne ha bisogno. So cosa significa perdere i capelli e insieme la propria femminilità: ci si sente abbandonata da tutti e a un passo dalla morte. Si ha bisogno di una grande forza che io ho trovato negli affetti e nella scrittura. Quando ho capito che vendendo il libro avrei potevo aiutare altre donne mi sono sentita utile e viva: questa è la forza che mi fa svegliare la mattina e non mi fa pensare a quello che costantemente devo vivere e sopportare ancora.
“Fra polvere e luce”, quindi, nasce dalla paura della morte e dalla luce che è la speranza di una “resurrezione”. La polvere rappresenta la paura dell’abbandono, da parte di tutti, da cui scaturisce la luce della riscoperta perché poi ci si rende conto che non è così. Intorno a me ho sempre avuto un mare di gente che non mi ha lasciato il tempo neanche di pensare che stavo attraversando un brutto momento. La polvere è l’indifferenza, la luce è solidarietà.

Tra tutti i libri quale senti “più tuo”?
Forse “Fra polvere e luce” perché è il più vicino nel tempo ed è quello che ha abbracciato il mio momento di dolore, continuando ad abbracciare chi nel dolore ancora vive. Mentre le altre raccolte sono state una realizzazione per un aiuto più materiale, quest’ultima “mette le mani nel dolore”.
La raccolta sta andando bene, seppur potrebbe andare molto meglio. A breve ci sarà la donazione delle parrucche, sono già in contatto con l’azienda da cui le comprerò. Aspetto ancora un po’ per racimolare il più possibile. Le signore sono tutte molto grate e incredule, questo mi riempie di gioia perché il fatto di poter dare un po’ di sollievo alle donne che, come me, sono in terapia oncologica, vederle sorridere e sentirmi dire “grazie” non ripaga come nulla. Effettivamente non faccio niente, dono solo parte del mio tempo e il mio sorriso.

Pasqua Disabato

Di Pasqua Disabato

Laureata in Lettere e filosofia presso l'Università degli studi di Bari. Redattrice presso il giornale In città.