MARTA2

LA TERRA TREMA

Volti tesi, arsi dal tempo, intravedevo quelle sagome e non distinguevo nella folla, il volto che desideravo destasse la mia anima.

Tutti avvolti in una fitta nebbia, lentamente detersa da gocce, che divenivano man mano scie.

Lunghi rivoli trasparenti che scendevano e si rincorrevano.

E allora i ricordi si affacciavano nella mente, percorrendo la vita passata, e come un treno che cambia motrice, in un attimo viaggiai al contrario, ritrovandomi in una tetra giornata di pioggia battente, con il naso schiacciato al vetro, che freddo e invadente si imponeva tra me e ciò che fuori aspettava di essere respirato.

Tutto diventava attesa interminabile, la pioggia continuava incessante a battere sui vetri, ciò che c’era oltre appariva frammentato, spezzato, mi sentivo inerme davanti a tanto, ero solo una bambina di otto anni e non potevo fare altro che aspettare, che tutto finisse.

Nel frattempo, fantasticavo tra quelle scie che si rincorrevano, prima da sole, sembrava si cercassero e appena una raggiungeva l’altra si abbracciavano e insieme continuavano il percorso, – Come due sposi, – mi dicevo.

E dopo tanto, tanto tempo, i goccioloni, divenivano goccioline, spiragli di luce tra i nuvoloni si facevano largo, riuscendo a strapparmi il sorriso, testimone di gioia che partorivo dal profondo.

La voce si faceva forte e allegra – Mamma ha quasi smesso – gridavo, non solo a mia madre, ma anche a me stessa.

I vetri abbandonati dalle scie, lasciavano spazio a piccoli puntini, che presto divenivano macchie opache e al primo raggio di sole si coloravano di luce.

E fuori ciò che si era spezzato e frantumato, magicamente ritornava come nuovo, più bello.

Mi piaceva l’odore che emanava l’asfalto bagnato e ancora di più quello dell’alberello gocciolante, che la mia mamma custodiva con cura nel balcone.

Era il nostro albero di Natale, ogni anno veniva addobbato con luci e palline colorate, il momento più delicato era quello della stella cometa, si appoggiava delicatamente sui fragili rami e poi l’albero non si poteva più toccare, ma solo ammirare a debita distanza, per aiutare la stella a resistere fino alla nascita del Cristo.

Lentamente prendevo coscienza, davanti a me solo una finestra, troppo stretta e alta per permettermi di vedere, e poi ancora bagnata nascondeva la verità.

Forse, il timore di sapere incrementava in me l’angoscia e di nuovo mi ritrovavo sul treno, senza capire mi allontanavo, trasportata in un luogo senza spazio e senza tempo.

La paura e l’angoscia prendevano piede, nella consapevolezza di non essere in un sogno, aleggiavo, invece, in una realtà che mi opprimeva, respiravo a fatica, l’aria rarefatta mi stringeva la gola.

E poi, in un attimo eterno, ho capito tutto, il treno si era fermato, lasciandomi nel mio presente, non più bambina, incantata alla finestra, ma donna.

Ferma, aspetto, accoccolata nell’angolo del muretto, difronte ai binari consumati e stridenti.

Qualcuno solleva i tumuli di un futuro ancora da vivere, mi aggrappo forte, mentre il vento fischia nel buio, portando via speranze e storia, ancora sorda, sento tremare la terra.

La paura, come fumo, si espande in una nuova alba e mi rende la vita, e mentre ti chiedi se  Dio esiste, vorresti solo aiutare, come da bambina, quella stella cometa a resistere fino alla nascita di Cristo, e ricominciare da quella fine.

In un lungo istante, molte cose diventano importanti e ti penti di non aver capito prima quanto è bella la vita.

Solo in quel lungo istante ti accorgi, che avresti potuto amare di più e non vuoi morire prima di riprovare a vivere con nuovi occhi.

E tra la polvere e le macerie piangi, stringendoti a chi ti porta via, e da quel letto d’ospedale ammiri attraverso quel vetro l’assoluta bellezza di chi ami e ti aspetta.

Sono sveglia e asciugo le mie lacrime, che come pioggia mi impedivano di distinguere i volti al di là del vetro, adesso non sono più sagome.

Ci sono tutti e tra quei volti c’è né uno, che mi sorride e la mia anima si desta alla luce del dono di un nuovo giorno.

Marta Loiudice

Di Marta Loiudice

Nata nel 1973, il giorno di Capodanno, nel tacco di questo stupendo stivale, esattamente ad Altamura. Lavora da più di vent’anni in un’azienda che produce mobili imbottiti e intanto nei ritagli di tempo prova a scrivere, tant’è che ha buttato giù un libro di circa trecento pagine (“Un uomo, una vita, una storia” ed. Bookbuilders), qualche racconto breve e un bel po’ di poesie (pubblicati in varie antologie). Collabora con “In citta”, un periodico di cultura, arte e tradizioni popolari e infine fa parte di una compagnia teatrale: “I Comunicattori”.