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intervista a Francesco Dezio, scrivere per rincorrere un ideale di bellezza.

Made in Murgia, seguendo la scia culturale, ha intervistato Francesco Dezio, scrittore altamurano.

Il protagonista di questa intervista ha esordito nel 1998 con un racconto pubblicato nell’antologia Sporco al sole. Narratori del sud estremo (Besa).  Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica, rivisitato e pubblicato nuovamente dalla casa editrice Terrarossa Editori. Nel 2014 ha pubblicato Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta, per la casa editrice Stilo. Lavora, anche , come disegnatore e le sue illustrazioni potete trovarle su Instagram: francesco_dezio.

Ecco cinque domande che ci rivelano la personalità dello scrittore:

1. Perché in una epoca come questa, hai scelto di scrivere?
Perché per me scrivere è dire qualcosa di importante sul mondo che mi circonda, è dirlo con le parole giuste, lo stile adatto. È un rincorrere un ideale di bellezza e lo scrivere è la celebrazione di questo rito, avallato poi da un qualche editore che diffonde e promuove il messaggio. Lo stesso messaggio verrà da altri intercettato e comunicherà, se tutto va bene, un’idea di bellezza, che è anche il fine di tutte le arti. E poi perché, per me, è un andare in direzione ostinata e contraria, volendo citare De André.
2. Chi sono i personaggi che vivono nei tuoi romanzi? C’è un filo rosso che li lega?
Generalmente provengono dagli strati medio-bassi della società. Per rappresentarli utilizzo spesso e volentieri il loro stesso gergo. Solitamente faccio “autofiction”, quindi parlo di me stesso o di un alter ego che mi rappresenti letterariamente. Lo faccio per creare un effetto straniante, illusorio, di “realtà aumentata” e quindi di massima verosimiglianza o aderenza al reale. Ciò nonostante – e lo ricordo sempre nei miei scritti, in quelle noticine che precedono la narrazione – sto tentando di fare letteratura, ambito menzognero per eccellenza e che quindi i fatti narrati prendono spunto dal reale ma vengono travisati in chiave allucinatoria. In Nicola Rubino è entrato in fabbrica non ne vedo uno (di filo rosso), se non il fatto che gli operai (e quindi i personaggi che lavorano per una multinazionale) si odiano e competono tra loro senza riguardo, per un infimo tornaconto, essendo privi di spirito di classe. Quelli di Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (dei racconti), hanno in comune il fatto di ascoltare musica.
3. Qual è l’opera della quale ti senti più fiero?
La prossima. Nella fattispecie un romanzo che uscirà a Novembre, sempre per TerraRossa Editore che parla di gente per bene, non a caso si intitolerà “La gente per bene”.
4. Pensi che i tuoi i libri o in generale la letteratura contemporanea possa avere ancora un potere incisivo sulla realtà?
Sono nato in un’epoca in cui, mi sembra, la letteratura non ha più questo potere. È diventata, sempre più, un innocuo genere di intrattenimento e per questo marginale rispetto ad altri medium (internet, la tv) – colpa, soprattutto, dei Grandi Editori, che rincorrono la narrativa di consumo dando al pubblico (un certo target che ha la maggioranza sul mercato librario e che può registrare un qualche trend di fatturato) quello che si aspetta. Se non ci sono più lettori e siamo invasi ignoranti funzionali, di che stiamo parlando? Qualcuno sente nominare i libri in tv quando vengono proposti in fondo ad un telegiornale o per qualche polemicuccia letteraria, stagionale, spesso pane per addetti ai lavori: vedi quella sull’ultimo romanzo di Walter Siti (per citarne uno) o su chi ha vinto o vincerà l’inutile premio Strega, non espressione della qualità letteraria di un Paese ma dell’establishment culturale (dei rapporti di forza tra editore ed editore – sempre quei tre o quattro che dominano il mercato, degli interessi del Grande Editore stesso, che sceglie solo determinati autori da portare al premio, tra i meno interessanti – ma smerciabili – del nostro panorama italico).
5. Quali sono i tuoi progetti futuri?
Scrivere ancora, fare illustrazioni, lasciare una qualche traccia e poi morire. Essere rintracciato da qualche lettore ostinato, di quelli che non si rassegnano al brutto – la latitudine geografica non è importante, visto che, pur svolgendosi in terra di Puglia, si rivolge ad un pubblico più ampio e consapevole.

Scritto da: Antonietta Loviglio

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