Oggi Madeinmurgia ha intervistato Pino Suriano, docente dell’IIS Fermi Policoro, esperto dei rapporti tra la didattica dell’Italiano e il mondo della comunicazione. A lui la parola…

-Cosa vuol dire essere professori oggi?
Vuol dire recuperare il valore di ciò che si è studiato nei propri anni di scuola e università per comunicarlo a coloro che sono nati dopo, affinché siano loro a scoprirlo per sé, quel valore.
E cioè provare a far sì che un ragazzo, nel 2018, possa dire “wow” davanti a una pagina bellissima dei Promessi Sposi e non “che palle”. Ecco, questo è il mio mestiere: favorire la scoperta di un valore.
Quindi anche far scoprire la bellezza?
Esatto. Quanti ragazzi sanno spiegare perché “La Grande Bellezza” è un bel film? Entrare nella tradizione letteraria e uscirne con un’esperienza di soddisfazione, di gusto o almeno di comprensione? Oggi è sempre più raro. Io, come docente di lettere, devo dare gli strumenti di comprensione (logica, linguistica, semantica, storica, etc.) affinché tutto questo accada.
-Qual è la sfida più difficile?
Interpretare il cambiamento, direi. E cioé riconoscere il proprio limite rispetto al tempo in cui si vive. Quindi, in un certo senso, accettare il cambiamento.
E poi il lasciar essere l’altro. Non pretendere che sia o diventi ciò che io desidero. Per dirla con un parolone, è l’amore alla libertà. Io devo immaginare che lui possa essere più di me, non pari a me. Invece, tante volte, noi docenti usiamo noi stessi come metro di paragone per i ragazzi. Un errore.
Questo “lasciar essere” deve accadere sempre all’interno di un processo guidato, ovviamente, non anarchico, perché l’insegnamento è un rapporto asimmetrico tra un maestro e un allievo, ma mai come oggi questo rapporto necessita di una continua messa in discussione (in particolare per il docente) di sé e del valore di ciò che si sta comunicando.
Si tratta di porsi continuamente la domanda: sto dicendo qualcosa di significativo per il mio allievo? Qualcosa di sensato? Fuori da questa “autovalutazione” la scuola continua a essere un’azione a senso unico, incapace di autocritica e trasformazione, con un docente che parla a un muro o continua a proporre conoscenze che non generano effettive competenze.
Perché accade?
Perché spesso si è bloccati dall’ “ho sempre fatto così” o ci si fa orientare unicamente dalle Indicazioni Ministeriali (peraltro negli ultimi anni piuttosto a maglie larghe, quindi aperte alla libertà del docente) anziché dall’esperienza dell’apprendimento, da ciò che effettivamente l’allievo sta “prendendo da me”, qui e ora.
Insegnare oggi è una missione?
Ma no, non mi piace la retorica dell’insegnante missionario. La missione si fa senza stipendio.
Per me è un mestiere come gli altri. C’è però un fatto, che non vale solo per l’insegnamento: si può insegnare con un ideale e io sono fortunato ad averlo, grazie al fatto che me lo hanno mostrato i miei insegnanti, in particolare la mia prof di Filosofia Tina Dilena.
Quale è il tuo orizzonte ideale?
Domanda immensa. Per sintetizzar direi che è il valore dell’uomo. Detto più semplicemente: ciascun ragazzo che ho di fronte è una cosa grande. Non per quello che fa (studia o non studio, mi rispetta o mi disprezza) ma per quello che è. È una specie di premessa con cui provo a guardare ciascuno di loro. Questa mia premessa ideale, naturalmente, è messo alla prova proprio dal limite o dallo sbaglio del ragazzo.
Il suo non riuscire, il suo limite, possono diventare per me motivo di risentimento o lamentela, oppure l’inizio della sfida educativa.
Ecco… io esisto proprio perché lui sbaglia, perché ciò non riaccada. La mia idea del mestiere di insegnante è l’esatto opposto di quello che diceva Umberto Eco, quando affermava con disprezzo che “I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”.
La sua analisi può essere anche corretta, è il suo disprezzo a essere sbagliato. La mia passione è proprio spendermi affinché quella legione di imbecilli sia un po’ meno imbecille.
L’insegnante è un innamorato del limite altrui, perché esiste affinché quel limite sia superato.
Nel ragazzo che sbaglia oggi non vede l’idiota che ha sbagliato, ma la speranza che non sbagli domani.
Deve certamente giudicare lo stato in cui è (il grande tema della valutazione) ma solo in funzione, anzi per amore di ciò che potrà essere.
-Cosa è public speaking, del quale si occupa da un paio di anni?
Insegnare ai ragazzi a parlare in pubblico e ad argomentare. Nella scuola in cui insegno, l’IIS Fermi di Policoro, facciamo fare esperienza di oratoria a più livelli, prima di scrittura e poi di esposizione, un po’ come Demostene e soprattutto Cicerone, che scrivevano con estrema cura ciò che avrebbero espresso in pubblico.
-Ha seguito un suo alunno rumeno, Radu Valentin Ghiurcanas, nella scoperta delle sue origini, che tipo di esperienza è stata?
Una esperienza cresciuta in fieri e divenuta sempre più grande, direi più grande di noi. Siamo arrivati a fare uno speech a un evento magnifico come il TedX Youth. Non ho timore nel dire che è nata da una amicizia che con l’esperienza si è intensificata.
È stato bello perché con Radu è accaduto ciò che prima ho provato a dire: una scoperta di valore. Lui si è accorto di qualcosa di bello nella sua cultura e questo lo ha messo in moto, in ricerca. Ha studiato tanti autori, artisti, sportivi e scienziati del suo paese per raccontarli in un talk dal titolo “Il nostro orizzonte è il mondo”.

E del resto, come può non esserlo se gli è capitato di scoprire il valore della sua terra lontano da casa, grazie alla nostra scuola?
– Quali sono i suoi progetti futuri?
Amo indagare gli orizzonti della scrittura. Spero di poter sperimentare in tre ambiti: la scrittura condivisa (che viene prima di me: la praticava a Barbiana quel genio di don Lorenzo Milani), che però faceva scrivere testi collettivi (lo stesso “Lettera a una professoressa” lo è) ma non aveva gli strumenti di condivisione come Google Drive o Dropbox che facilitano il tutto.
Poi mi sto occupando di scrittura per la sceneggiatura, ma ancora a un livello base. Devo impararla prima io.
E poi sto indagando un terreno affascinante e nuovo: l’audioscrittura. Oggi gli smartphone la permettono con buona qualità, voglio sperimentarla come opportunità espressiva per ragazzi meno creativi o con la sindrome del foglio bianco. Non ti viene nulla da scrivere? Allora registrati e rielabora quello che ne viene fuori.
Potete approfondire la conoscenza cliccando su questi link:
Intervista sul public speaking

Intervista su “Scuola di ieri e scuola di oggi”. Il ‘68
https://www.youtube.com/watch?v=9DC53BsPMEQ&app=desktop

di Loviglio Antonietta