Dal profondo del cuore … DEL SUD …

Dal profondo del cuore …
…DEL SUD…
Vivo in un Paese dove soccombe la guerra, ma intanto, sono una donna fortunata, ho sposato, il ragazzo di cui mi sono innamorata, può sembrare una cosa così scontata, ma qui non lo è.
Qui le donne non possono abbracciare e baciare i loro uomini quando e come vorrebbero, non possono mostrare i loro corpi e spesso anche i volti. Quando mio figlio è nato, un pezzo del mio corpo si è strappato per concretizzare l’infinito. Con mio marito ci siamo fatti una promessa: «Nostro figlio dovrà studiare, non andrà a combattere questa inutile ed eterna guerra…», guardandoci negli occhi abbiamo stretto dentro di noi un patto di speranza.
Nostro figlio è cresciuto, è un bravo ragazzo, odia le armi e si ribella ad ogni tipo di ingiustizia. Da quando ha compiuto diciassette anni, il nostro terrore è raddoppiato, la sfida di ogni giorno non è solo arrivare illesi a sera, ma anche non aver ricevuto la lettera di chiamata alle armi per Umar, questo è il suo nome, purtroppo quel maledetto giorno arrivò, fu allora che presi la difficile decisione, con coraggio dissi a mio figlio: «Umar devi partire, andare via di qui, devi cercare il tuo futuro, per poter cambiare il tuo presente». Non è stato facile convincere Umar: «No, madre non vado da nessuna parte senza di te, senza di voi…», mi ripeteva in lacrime.
Con uno sforzo indescrivibile, cercando di non cedere al dolore, quel giorno mentre mi teneva stretta, ho sollevato il suo viso, stringendolo nelle mani e asciugando le sue lacrime con voce bassa e sicura continuai: «Tu puoi salvarti figlio mio, solo tu, con i tuoi diciassette anni puoi farcela, il viaggio è faticoso e lungo, noi non ce la faremmo ad affrontarlo», cercai di fargli capire quanto fosse importante la sua salvezza per tutti. Parlammo a lungo quella notte, stretti uno nell’altro, raccontandoci, tornando un unico corpo. E così la decisione fu presa e dovemmo fare le cose in fretta, il tempo stringeva.
Venimmo a conoscenza, di camionisti che dietro ingenti somme rischiavano, nascondendo persone a bordo dei mezzi. Riuscimmo a metterci in contatto con un camionista rumeno.
Quella notte arrivò senza che ce ne accorgessimo, uscimmo di casa con il buio che ci proteggeva, subito ci inoltrammo nel bosco, il camion già ci aspettava.
Ho stretto al cuore Umar, siamo rimasti sospesi, stretti nello stomaco e nella gola. Avrei voluto dirgli tante cose, raccontargli tutto l’amore, ma non ci sono riuscita. Quando mio figlio e mio marito si salutati da uomini, guardandosi intensamente negli occhi e stringendosi forte al petto, sono scoppiata e Umar mi ha stretta ancora, mi ha baciata e mi ha detto: «Madre, mi farò sentire presto, ti voglio bene».
Il rumeno aveva già preparato il posto, in pratica un buco, sotto il carico da trasportare. Avrei potuto partorirlo altre cento volte, ma il dolore non sarebbe mai stato così grande. Mio figlio fu seppellito vivo davanti a me e lì ci restò ventiquattro ore, senza acqua e senza cibo.
Finalmente dopo giorni insopportabili, ho sentito la sua voce: «Madre, avevo freddo là sotto», mi stringeva il cuore, mentre ascoltavo le sue sofferenze, ma Umar ha saputo farmi vivere ancora: «Quando ormai credevo che non c’è l’avrei fatta, ho pensato a te madre, il tuo abbraccio, il tuo ultimo abbraccio lo sentivo addosso, mi hai scaldato, dissetato …». Ormai pendevo dalle sue parole: «Madre mi sono addormentato e quando ho aperto gli occhi, ho visto due medici …mi hanno aiutato, curato, da grande vorrei diventare come loro: un medico, per aiutare tutti, bianchi neri, gialli, senza nessun Dio che separi» e poi mi ha detto la cosa più bella, regalandomi l’immortalità: «Madre, grazie, se sono qui lo devo a te, mi hai messo al mondo due volte».
Non possiamo sentirci spesso, ma so che sta bene, lui si trova in Italia, proprio nel “tacco”, nel sud del Paese.
Questa è la storia di una madre e di un sud che accoglie per migliorarsi.

Da… Cercando di vivere … di Marta Loiudice