Era una normalissima sera di autunno del 23 novembre del 1980 quando, tra le 19.35 e le 19.37, tre scosse di magnitudo 6.9 della scala Richter fecero tremare la terra in Irpinia.

Il terremoto colpì una zona geografica compresa tra le province di Salerno, Avellino e Potenza, coinvolgendo dunque tre regioni, la Campania, la Basilicata e una parte della Puglia.

Fu uno dei terremoti più catastrofici nella storia d’Italia, aveva infatti colpito una zona rurale, considerata tra le più povere del paese. Molti dei centri abitati colpiti si trovavano in zone remote, prive di infrastrutture adeguate e difficili da raggiungere, alcuni paesi furono completamente rasi al suolo.

La frattura generata dal sisma nel sottosuolo raggiunse la superficie terrestre e creò una scarpata visibile per circa 38 chilometri.

Gli sfollati furono più di trecentomila, tra le 2.570 e le 2.914 persone persero la vita (le diverse stime fatte sul numero dei morti non sono concordi) e 362.000 edifici furono danneggiati. Fu una tragedia senza precedenti nell’Italia del dopoguerra.

La lentezza nel rispondere all’emergenza da parte degli organi competenti rappresentò la tragedia nella tragedia. Non bisogna dimenticare che, all’epoca, la Protezione Civile come la concepiamo noi oggi non era ancora stata instituita. Infatti, fu proprio la tragedia in Irpinia a stimolare il percorso che porterà all’istituzione della moderna Protezione Civile nel 1992.

L’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, condannò la lentezza nel rispondere alla tragedia e, giunto sul luogo poche ore dopo il terremoto, dichiarò: “Sono tornato ieri sera dalle zone devastate dal terremoto. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò: interi paesi rasi al suolo, la disperazione dei sopravvissuti. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma. Ebbene, a distanza di 48 ore non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari”.

Fonte: Ansa

La causa del ritardo fu dovuta a diversi fattori, ma soprattutto alla difficoltà nel raggiungere le aree colpite, zone, come detto, rurali, con infrastrutture minime (quando presenti) e danneggiate dalla forza del terremoto.

Bisogna inoltre ricordarsi che l’inverno era alle porte e l’Irpinia è una zona con inverni freddi e rigidi. Questo complicò ancora di più la macchina dei soccorsi e la situazione degli sfollati, i quali vennero sistemati prima nelle tende e nei vagoni ferroviari, poi in roulotte e container.

I prefabbricati, quasi 26mila, che furono sistemati in seguito sono rimasti la casa di molti degli sfollati per decenni a causa della lentezza nelle ricostruzioni che in alcuni casi non è ancora stata ultimata, a distanza di 40 anni.

Sulle macerie del terremoto del 1980 nacque l’Università della Basilicata, pensata come modello di eccellenza del Mezzogiorno.

Nella giornata di oggi, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una lettera pubblicata sulle pagine del Mattino, ricorda il sisma di 40 anni fa e parla del bisogno di imparare dalla tragedia dell’Irpinia, soprattutto guardando alla situazione attuale: “Lo sviluppo sostenibile, sfida accentuata dalla crisi sanitaria, 40 anni dopo il sisma, richiama la necessità di un analogo impegno comune che sappia utilizzare in maniera adeguata risorse finanziarie e progettuali destinate alla ripartenza dopo la pandemia”.